A Bologna, più di trent’anni fa, è nata una boutique del software che ha anticipato il futuro delle risorse umane. Oggi Indaco Project sviluppa piattaforme, brevetti e soluzioni di intelligenza artificiale per aiutare le imprese a valorizzare il capitale umano. Perché la vera trasformazione digitale non riguarda la tecnologia ma le persone. Per FARE INSIEME Giampaolo Colletti intervista Antonio Marzo, Ceo di Indaco Project
di Giampaolo Colletti
@gpcolletti
Photocredit: Giacomo Maestri e Francesca Aufiero
C’è
un colore che sta tra il blu e il viola. È quello del cielo quando il giorno
lascia spazio alla notte. Gli antichi lo associavano all’intuizione, alla
conoscenza, alla capacità di vedere ciò che ancora non è visibile. Si chiama
indaco. E non è un caso che Antonio Marzo abbia scelto proprio questo nome per
l’azienda fondata nel 1994. Perché, in fondo, tutta la sua storia
imprenditoriale è un esercizio continuo di visione.
Partenze
e ripartenze. Anticipare ciò che sarebbe arrivato. Guardare
un po’ più avanti degli altri, caratteristica assai comune nell’imprenditorialità
in salsa emiliana. «Ho sempre pensato che un imprenditore dovesse essere il
primo a fare qualcosa di nuovo. Se insegui il mercato, sei già in ritardo»,
dice Marzo. Siamo a Castel Maggiore, alle porte di Bologna, in uno dei
territori dove la manifattura ha imparato da tempo a convivere con la
tecnologia. Ed è una convivenza proficua. Qui ha sede Indaco Project, gruppo
che oggi riunisce tre aziende, sessanta professionisti e circa 8 milioni di
euro di fatturato. Una realtà che sviluppa software, brevetti, hardware
proprietario e applicazioni di intelligenza artificiale per imprese di medie e
grandi dimensioni, soprattutto nei contesti dove i processi sono complessi e il
fattore umano continua a fare la differenza. Ma questa storia non nasce dentro
un laboratorio informatico. Nient’affatto. Tutto parte molto prima. Antonio
Marzo è bolognese, classe 1964. Ha una formazione da ragioniere e inizia a
lavorare appena ventunenne. Il suo primo impiego è nel settore delle macchine
per la pellicceria. Poi quel mercato entra in crisi. È uno di quei momenti che
possono chiudere una strada o aprirne un’altra. Lui sceglie lucidamente la
seconda. Passa ai sistemi telefonici, quindi alla vendita di software per la
rilevazione delle presenze. Ed è proprio lì che arriva l’intuizione. «Mi sono
accorto che il mondo delle aziende stava cambiando. Il software non sarebbe più
stato un accessorio, ma il cuore dell’organizzazione», dice Marzo. Così nel
1994 fonda Indaco Project praticamente da zero insieme a un socio.
Identikit
dell’azienda. All’inizio l’attività consiste nella
rivendita di sistemi per la gestione delle presenze. Poi, osservando i clienti,
comprende che il vero valore non è il prodotto. È la capacità di costruire
strumenti semplici per governare processi sempre più complessi. Da allora
Indaco Project non ha mai smesso di evolversi. Da semplice rivenditore diventa
software house. Poi sviluppa piattaforme proprietarie. Arrivano i brevetti.
Nascono prodotti hardware. Oggi il gruppo realizza anche sistemi di
intelligenza artificiale applicata come uno smaltitore intelligente capace di
riconoscere automaticamente un oggetto attraverso una telecamera e verificare
se il conferimento è corretto, rifiutandolo in caso contrario. Un prodotto dal
nome ironico, ROSK (rusco), che richiama tutta la bolognesità e il Made in
Italy che sta dietro all’azienda ma anche un esempio di tecnologia sofisticata
che nasce da un principio molto semplice: rendere più facile la vita delle
persone. «Noi ci definiamo una boutique dove sistemi e soluzioni intendono
portare le aziende nel futuro», precisa Marzo. Il cuore dell’azienda resta però
CM², la piattaforma che integra tutti i processi dedicati alla gestione delle
persone: onboarding, formazione, competenze, sicurezza, welfare, presenze,
sviluppo professionale. Una piattaforma che oggi gestisce oltre 420mila nomi
utenti distribuiti in più di 2.100 aziende.
Le evoluzioni. «Il problema più grande
non è aggiungere tecnologia ma renderla semplice da usare. Se uno strumento è
complicato, le persone smettono di utilizzarlo. La facilità d’uso non è un
dettaglio: è parte dell’innovazione», dice Marzo. In trent’anni è cambiato
anche il mondo delle risorse umane. L’azienda-famiglia ha lasciato spazio a
organizzazioni sempre più dinamiche, dove le persone cambiano lavoro più rapidamente, cercano percorsi di crescita
veloci e attribuiscono valore a fattori che vanno oltre lo stipendio. «Le
direzioni HR hanno una responsabilità completamente diversa rispetto al passato.
Oggi devono mantenere motivate le persone. Devono costruire contesti in cui
ciascuno possa esprimere il proprio talento», osserva Marzo. Così l’AI diventa
un’opportunità. «Tutta la parte
amministrativa sarà progressivamente automatizzata e questo ci permetterà di
dedicare finalmente più tempo alle idee e alle relazioni. In altre parole: alle
persone», sintetizza Marzo. Perché i dati raccontano competenze, ma non
bastano. Occorre comprendere anche passioni, inclinazioni, aspirazioni. Solo
così il capitale umano può trasformarsi davvero in vantaggio competitivo. Anche il rapporto con i clienti riflette
questa filosofia. Lo slogan aziendale infatti recita: Con noi non sarai mai
un numero. Non è marketing, ma un approccio reale e vincente. D’altronde le
migliori organizzazioni sono sì sempre più digitali, ma anche sempre più
comunità. E la trasformazione digitale non comincia quando si acquista un nuovo
software, ma quando si cambia il modo di guardare il lavoro. Perché - e lo
diciamo tante volte - la tecnologia evolve continuamente, ma la capacità di
immaginare il futuro, invece, resta profondamente e necessariamente umana.
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