A Sassuolo una startup fondata da un ventiduenne trasforma l'intelligenza artificiale in un collega digitale che libera tempo alle persone. La storia di Jenia dimostra che l'innovazione non parte dagli algoritmi, ma dall'ascolto delle imprese. Per FARE INSIEME Giampaolo Colletti intervista Simone Solignani, co-founder e Ceo di Jenia
di Giampaolo Colletti
@gpcolletti
Mentre l’intelligenza artificiale promette di cambiare il mondo, Simone Solignani ha deciso di partire da qualcosa di molto più concreto: l’inserimento di un ordine. È lì, in quell’attività ripetitiva che ogni giorno assorbe minuti, energie e attenzione, che ha trovato il vero punto di partenza della sua impresa. Prima ancora di progettare un agente AI ha fatto ciò che oggi fanno in pochi: ha ascoltato. «Siamo entrati in un centinaio di aziende e abbiamo fatto sempre la stessa domanda: dove state perdendo tempo? Dove si annidano gli sprechi?».
La risposta era quasi sempre identica. Dati sparsi tra gestionale, fogli Excel e cartelle condivise. Informazioni difficili da recuperare. Attività manuali che costringevano le persone a fare da ponte tra sistemi che non comunicavano tra loro. Così nasce Jenia, startup con sede a Sassuolo specializzata nello sviluppo di agenti di intelligenza artificiale per le piccole e medie imprese. Un nome breve, femminile, dal suono immediato, che richiama la parola “genìa”, ma anche una nuova generazione: quella delle aziende AI-native. Dietro questo progetto c’è la storia di un imprenditore che appartiene pienamente alla Generazione Z. Simone Solignani nasce nel 2003 a Marano sul Panaro, cresce a Vignola e frequenta il liceo scientifico. Mentre i suoi coetanei scoprono i social, lui passa le giornate a studiare algoritmi e sistemi matematici applicati ai mercati finanziari. A sedici anni sviluppa modelli per sfruttare le promozioni delle piattaforme di scommesse attraverso tecniche di copertura del rischio. Un esercizio di analisi dei dati che diventa presto qualcosa di più. A diciotto anni fonda la sua prima azienda. Nel giro di due anni, insieme al socio, sfiora il milione di euro di fatturato. Poi arriva una seconda startup dedicata allo sviluppo software. L’intelligenza artificiale, allora, è ancora materia per pochi addetti ai lavori. Per lui rappresenta già il futuro.
Identikit della startup. Ma l’idea di Jenia nasce anche osservando da vicino il lavoro dei genitori, titolari di due piccole attività: un bed & breakfast e un’azienda metalmeccanica. Due mondi diversi accomunati dallo stesso problema: tantissimo tempo assorbito da attività operative che non generano valore. Oggi Jenia è il risultato dell’incontro tra una startup specializzata in data analytics e una realtà di comunicazione e marketing. La sede operativa è a Sassuolo, nel cuore di uno dei distretti manifatturieri più importanti d’Europa. Il team conta dieci professionisti e punta a crescere fino a quindici persone entro la fine dell’anno. Lavora soprattutto con Pmi di Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, accompagnando aziende della ceramica, del marmo, della manifattura e dei servizi B2B nella progettazione di agenti AI costruiti su misura. Per Solignani il punto, però, non è sviluppare l’ennesimo chatbot. «Uno strumento di intelligenza artificiale risponde a una domanda. Un agente AI lavora. Conosce il contesto dell’azienda, dialoga con i gestionali, prende informazioni, esegue attività e porta a termine un processo», dice Solignani. È una differenza sostanziale. Per questo ogni progetto parte da una fase di discovery. Prima ancora della tecnologia bisogna comprendere come funziona davvero un’organizzazione. «La tecnologia senza comprensione del processo serve a poco. Noi non partiamo dall’algoritmo. Partiamo dalle persone», precisa Solignani.
La mission. L’approccio è profondamente emiliano. Pragmatico. Misurabile. Nessuna promessa futuristica, ma risultati verificabili. «Qui gli imprenditori non acquistano l’intelligenza artificiale ma comprano tempo e in fondo comprano meno errori. Comprano dati migliori», dice Solignani. Il lavoro di Jenia consiste nell’innestare un livello di intelligenza sopra sistemi già esistenti. ERP, CRM e software gestionali non vengono sostituiti, ma messi finalmente in comunicazione tra loro. È così che dieci anni di informazioni aziendali, prima quasi inutilizzabili, diventano interrogabili in linguaggio naturale. Basta una domanda, proprio come in una chat, per ottenere in pochi secondi risposte che prima richiedevano lunghe ricerche manuali. È qui che l’intelligenza artificiale cambia davvero il lavoro. Non toglie valore alle persone ma la parte ripetitiva. L’agente svolge il compito meccanico, mentre chi lavora può dedicarsi alle decisioni, alle relazioni, alla creatività. Nel futuro Solignani immagina fabbriche dove dati, persone e agenti digitali collaborano in modo naturale. Non aziende governate dalle macchine, ma organizzazioni in cui ciascuno può concentrarsi su ciò che sa fare meglio. E se il futuro fosse costruire non computer sempre più intelligenti, ma restituire intelligenza al tempo delle persone?
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