Da una riunione di condominio a oltre 2.500 centri di lavoro installati nel mondo. La storia dell'impresa bergamasca oggi presente nel modenese con un hub di co-creazione attraversa plastica, carbonio, automotive, aerospace e robotica. Oggi conta sei sedi, circa cento persone e 32 milioni di euro di fatturato. Per FARE INSIEME Giampaolo Colletti intervista Umberto Belotti
di Giampaolo Colletti
@gpcolletti
Photocredit: Giacomo Maestri e Francesca Aufiero
Tutto
comincia da una targhetta sulla buca delle lettere e da una riunione
condominiale. Bergamo, 1976. Un vicino di casa legge il cognome Belotti e
accanto la professione: ingegnere. Fa un’associazione tanto semplice quanto
decisiva: un ingegnere è uno che risolve problemi. Conclusione lapalissiana. Così
durante una riunione di condominio chiede a Luciano Belotti se sia capace di
progettare una tecnologia per tagliare il perimetro di alcuni termoformati in
materiale plastico. La risposta non arriva a parole, ma sotto forma di una
macchina, costruita nel garage del padre di Luciano. «Come quasi tutte le
storie d’impresa, anche la nostra nasce da un’opportunità, in parte fortuita.
La differenza la fanno però la tenacia e il coraggio dell’imprenditore nel
trasformare quell’opportunità in un punto di partenza». Così racconta Umberto
Belotti, oggi seconda generazione alla guida dell’impresa di famiglia.
Identikit
dell’azienda. A tre anni Umberto sentiva già parlare di
meccanica. Ma non erano soltanto macchine. «Erano momenti belli, era la vita.
Papà andava oltre il pezzo: quando incontrava un cliente si interessava anche
alla persona», ricorda Belotti. Poi arriva un’immagine che sembra uscita da un
film. È il 1984-85. Umberto Belotti frequenta le elementari e in televisione
impazzano i cartoni animati popolati di robot. Intanto papà Luciano Belotti sta
trasformando la sua prima macchina manuale per la rifilatura dei materiali
plastici in un centro di lavoro programmabile a cinque assi. Al figlio dice
semplicemente: “Sto costruendo un robot”. Un sabato decide di portare Umberto a
vederlo. L’azienda allora è ancora un’officina a Medolago, in provincia di
Bergamo. Per quel bambino entrare lì significa finalmente vedere dal vivo il
robot di cui aveva tanto sentito parlare. È anche così che si trasmette un’impresa
da una generazione all’altra: prima ancora delle competenze, passa la
meraviglia. Cinquant’anni dopo quel punto di partenza è diventato una
traiettoria industriale che attraversa automotive, aerospace, nautica,
ferroviario, motorsport, medicale ed energia. Dal garage allo spazio,
letteralmente. Così Belotti nasce nel 1976 e oggi progetta e realizza
centri di lavoro CNC e sistemi integrati destinati soprattutto alla lavorazione
di materiali avanzati. Nel tempo ha installato oltre 2.500 centri di lavoro,
conta sei sedi nel mondo, circa cento dipendenti e nel 2025 ha registrato 32
milioni di euro di fatturato. Ma i numeri raccontano soltanto una parte della
storia. L’altra è scritta nelle successive trasformazioni tecnologiche. Dalla
prima scontornatrice si arriva alla Belotti R05, primo centro di lavoro a
controllo numerico a cinque assi dell’azienda e prodotto destinato a diventare
un riferimento nel settore dei termoformati. Poi arrivano i materiali
compositi, il carbonio, il Kevlar, le supercar, il motorsport. E arrivano
persino Ariane 5 e il razzo VEGA. Oggi una nuova commessa guarda ancora più in
alto: Thales utilizzerà un centro di lavoro Belotti per produrre particolari in
fibra di carbonio destinati ai satelliti. E nel motorsport le tecnologie dell’azienda
lavorano per realtà come Dallara nella produzione di telai in carbonio.
L’Emilia
come laboratorio. Da Bergamo a Modena. E non è un
approdo casuale. È qui, nel cuore della Motor Valley emiliana, che Belotti ha
aperto il suo Innovation Hub: uno spazio pensato per sperimentare insieme a
clienti e partner, testare materiali, tecnologie e nuove applicazioni. Qui si
testano prodotti e applicazioni, si fanno prove con i clienti e si sviluppano
nuove soluzioni. Non una semplice showroom, ma un circuito di sperimentazione
continua. Un ecosistema nel quale automotive, motorsport, meccanica avanzata e
materiali compositi si contaminano continuamente. «È impossibile innovare
rimanendo seduti, isolati, nel proprio ufficio. L’innovazione nasce dal
confronto, dal dialogo con clienti, fornitori e tecnici», racconta Umberto
Belotti. Un esempio arriva da CPC di Modena, per la quale Belotti ha installato
una linea di quindici centri di lavoro CNC dedicati alla lavorazione di componenti
in carbonio. Qui il territorio diventa parte del processo di innovazione.
La fabbrica che pensa. Ma per capire davvero
Belotti bisogna tornare a una parola che ricorre spesso nel racconto di Umberto
Belotti, ossia la paura. Non quella che paralizza ma quella che impedisce di
fermarsi. «La leva per innovare passa prima di tutto dalla paura di rimanere
indietro. Intendo la paura nell’accezione positiva del termine. Quella che ti
spinge a fare, a migliorare, a non fermarti». Poi viene la cura, quasi un’ossessione
per le cose fatte bene. Infine la passione, necessaria per convivere con gli
imprevisti inevitabili di chi produce tecnologia. Anche qui torna una frase del
fondatore. «Mio padre mi diceva sempre di non lasciare un problema in sospeso.
Se lasci un problema aperto, prima o poi porta con sé conseguenze, sia in
termini di costi sia dal punto di vista mentale», ricorda Belotti. In cinquant’anni
sono cambiate le macchine, ma è cambiata anche l’organizzazione. Intanto anche
il confine della macchina utensile si è allargato. Ferro, motori, cuscinetti,
riduttori e mandrini restano, ma intorno cresce un ecosistema di software,
automazione e robotica. Il cliente non domanda più semplicemente una macchina:
domanda una soluzione. Da qui nasce circa nove anni fa, anche su impulso di
Lamborghini, la divisione Belotti Robotic Automation. Centri di lavoro e robot
antropomorfi iniziano a dialogare all’interno di piattaforme tecnologiche
integrate. È la manifattura che smette di ragionare per singoli oggetti e
comincia a ragionare per sistemi. «L’innovazione nasce dal confronto, dal
dialogo con clienti, fornitori, tecnici e con tutte le persone che
quotidianamente lavorano intorno a un processo», conclude Belotti. Cambiano i
materiali, cambiano le macchine, cambiano persino i settori, ma resta quell’intuizione
nel garage e la convinzione che innovare significa continuare a risolvere
problemi.
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