Nella terra di confine tra Emilia e Romagna nasce cinquant’anni fa un’eccellenza tecnologica che impara ad evolversi per rispondere ai bisogni del paziente. Oggi in Comecer lavorano più di 500 persone per una presenza in oltre 100 Paesi con tecnologie adottate in ospedali, università, centri di ricerca e aziende farmaceutiche. Per FARE INSIEME Giampaolo Colletti intervista Simone Volpi, Presidente di Comecer
di Giampaolo Colletti
@gpcolletti
Photocredit: Giacomo Maestri e Francesca Aufiero
«Il
valore di un luogo è dato dalle persone che lo abitano e dalla loro capacità di
immaginare il futuro». Lo scrive Richard Florida, economista, urbanista e
studioso canadese, tra i più influenti nel campo dello sviluppo
dell’innovazione territoriale. Come dargli torto. Ci sono posti che trasudano
futuro e intercettano le grandi traiettorie globali dell’innovazione. In questo
caso siamo a Castel Bolognese, una piccola cittadina al centro del crocevia animato
tra Ravenna, Imola e Faenza, a cavallo tra quell’Emilia e quella Romagna
industriale fatte di distretti, relazioni e saper fare. È qui che nasce e
cresce Comecer, azienda che nel tempo ha saputo reinventarsi fino a diventare
un punto di riferimento internazionale nella medicina nucleare e nelle tecnologie
per l’industria farmaceutica. Una storia che parte dalla meccanica e arriva
alla cura del paziente. Un percorso che racconta cosa significa oggi fare
impresa in quell’area di confine, packaging valley, radicata nel territorio e
capace di guardare anche molto lontano, senza mai perdere la propria identità.
Identikit
dell’azienda. All’inizio c’è un’intuizione industriale,
poi arriva la trasformazione. Comecer nasce come realtà legata alla
progettazione e costruzione di sistemi tecnologici avanzati per l’industria nucleare:
per anni Comecer è fornitore dell’Agenzia Nucleare Italiana, stabilendo
partnership con ENEA e Ansaldo, e collaborando a numerosi progetti di ricerca.
Nel 1987, in seguito alla decisione del governo italiano di interrompere lo
sviluppo dell’energia nucleare, sceglie di spostare il proprio baricentro verso il settore medico. Non più solo macchine,
ma soluzioni. Non più solo tecnologia, ma impatto. «A un certo punto abbiamo
capito che non bastava sviluppare tecnologie avanzate. Dovevamo chiederci a
cosa servissimo davvero e la risposta era semplice: migliorare la vita delle
persone», racconta Simone Volpi, presidente di Comecer. È qui che avviene la
svolta. L’azienda si specializza nel settore della medicina nucleare, lavorando
su isolatori e sistemi per la manipolazione sicura di radiofarmaci. Un ambito
altamente complesso, dove precisione, sicurezza e affidabilità sono condizioni
imprescindibili. Ma soprattutto un settore in cui ogni scelta tecnologica ha un
impatto diretto sul paziente. Castel Bolognese diventa così il centro di un
ecosistema produttivo che dialoga con il mondo. Da questo territorio si
sviluppano soluzioni che raggiungono ospedali, centri di ricerca e aziende
farmaceutiche a livello globale. È la dimostrazione concreta di come
l’eccellenza non sia una questione geografica, ma culturale. «Siamo
profondamente legati al territorio. È qui che troviamo competenze, relazioni,
capacità di fare squadra. Ma è anche da qui che partiamo per confrontarci con
mercati internazionali», dice Volpi. Reinventarsi. Cambiare non solo business
model ma anche mentalità. Passare da una logica di prodotto ad una di sistema.
Da una visione tecnica a una visione più ampia, che include il contesto in cui
quella tecnologia viene utilizzata. «Siamo un’azienda tecnologica globale con
una forte identità ingegneristica. Siamo nati nel 1975 e in cinquant’anni
abbiamo costruito competenze uniche. Non ci limitiamo a fornire una macchina,
ma progettiamo soluzioni che devono funzionare in ambienti complessi,
rispettare normative stringenti e garantire la sicurezza degli operatori e dei
pazienti». L’azienda opera in ambiti sensibili come radiofarmaci, isolamento
asettico e ATMP, ossia Advanced Therapy Medicinal Products. Si tratta di
medicinali per terapie avanzate. È una categoria molto innovativa di farmaci
che include terapie geniche, cellulari o ingegneria tissutale che ricostruisce
o rigenera tessuti. Così la sicurezza diventa uno dei principali driver di
innovazione. Qui lavorano oltre 500 persone per una presenza in oltre 100
Paesi. Quello che nasce viene utilizzato in ospedali, università, centri di
ricerca e aziende farmaceutiche. Lavorano professionisti con competenze
altamente specializzate, ma anche con la capacità di integrazione tra
discipline diverse. Ingegneria, farmaceutica, regolatorio, produzione. Un
mosaico di saperi che deve funzionare in modo armonico. «La tecnologia evolve
rapidamente, ma sono le persone a fare la differenza. Investire su di loro
significa investire nella capacità dell’azienda di evolvere nel tempo», precisa
Volpi.
Dall’Emilia-Romagna al
mondo intero. Oggi si lavora con le principali realtà del settore farmaceutico e
sanitario. Un’espansione costruita nel tempo, senza scorciatoie. «Ogni nostra
soluzione ha un impatto su una persona. Magari non la vediamo, ma sappiamo che
quello che facciamo contribuisce a migliorare un percorso di cura». È un cambio
di prospettiva importante. Perché trasforma il modo di lavorare. Introduce una
dimensione etica nel processo industriale. E rafforza il senso di
responsabilità. Guardando al futuro, la sfida sarà continuare a innovare
mantenendo questo equilibrio. Tra tecnologia e umanità. Tra globale e locale.
Tra ricerca e applicazione concreta. «L’innovazione non è mai fine a sé stessa.
Ha senso solo se migliora la vita delle persone». E allora forse è proprio
questa la chiave per leggere la storia di Comecer. Non come il racconto di
un’azienda tecnologica, ma come quello di un’impresa che ha scelto di cambiare
prospettiva. Di partire da un distretto industriale e arrivare al paziente. Di
trasformare la competenza in cura. Così l’innovazione non è solo progresso ma diventa
responsabilità condivisa.
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