Da Modena al resto del mondo, Symboolic accompagna le imprese nel futuro. Un modello che integra tecnologia, processi e capitale umano per rendere le organizzazioni più efficienti e scalabili. Dalla gestione dei dati all’evoluzione dei sistemi informativi, il cambiamento diventa leva strategica. Perché oggi innovare significa soprattutto saper governare la complessità. Per FARE INSIEME Giampaolo Colletti intervista Giovanni Tardini, founder e Ceo di Symboolic
di Giampaolo Colletti
@gpcolletti
Avete presente le matrioske? Ne apri
una e ne trovi dentro un’altra e un’altra ancora per un effetto sorpresa senza
fine. Ecco, questa storia è un mix di tante altre storie, come tutte le più
belle storie che ne tengono dentro molte altre. È la storia di un’impresa nata
sui banchi universitari, ma è anche la storia di un’alleanza tra mondi opposti
che si attraggono per disegnare business e futuro insieme. Di più, è la storia
di un futuro che è già presente. Ma procediamo con ordine. Tutto parte da un’alleanza
tra un modenese e un reggiano, tra Giovanni Tardini che è un uomo di parole e
Alessandro Bigi che invece è uomo di numeri. Tutto parte nel gennaio 2022 per
un’azienda che oggi conta una trentina di professionisti al lavoro per oltre un milione e mezzo di euro di fatturato e commesse
sparse in giro per il mondo. È la storia di due ingegneri informatici atipici
diventati creatori di un’idea di intelligenza artificiale per la trasformazione
strategica e operativa delle aziende.
Identikit dell’azienda. Questa è la storia di Symboolic, che
fa emergere la verità dal dato nell’atto in cui si stabilisce cosa è vero e
cosa è falso. Così la racconta attingendo alla cultura classica Giovanni
Tardini, trentaquattrenne nato a Modena, in tasca un diploma al liceo classico
e poi una laurea in ingegneria triennale al Politecnico di Torino e a seguire
una magistrale a Modena. È in società con Alessandro Bigi, trentaduenne nato a
Reggio Emilia, ingegnere con un passato da sviluppatore software per
dispositivi audio professionali. Il mix è anche in azienda in un connubio
vincente tra percorsi classici e matematici. Una doppia anima che legge questa
iper-accelerazione grazie alla natura umanistica e antropologica. I clienti
sono aziende grandi che vogliono applicare l’AI nei loro processi e che hanno
complessità organizzative oppure Pmi che hanno ambiti molto verticali. L’headquarter è a Modena,
precisamente al comparto Alfieri Maserati, quindi immerso nella storia. Perché
questa è la sede icona dello stabilimento Maserati e venne creata per la
produzione non solo di automobili ma anche per quella di candele, accumulatori
e macchine utensili. Qui il passato si fa futuro. Perché in queste ex fonderie
si guarda alla programmazione. Non si tratta semplicemente di implementare
piattaforme o sviluppare soluzioni, ma di costruire architetture che tengano
insieme dati, persone e decisioni. «La vera sfida non è introdurre tecnologia,
ma farla funzionare dentro le organizzazioni perché ogni progetto impatta su
processi, abitudini e persone», afferma Giovanni Tardini, founder e Ceo di
Symboolic. È qui che entra in gioco la capacità di leggere il contesto e di
accompagnare il cambiamento.
Persone e tecnologie. Accanto al capitale umano, la tecnologia resta un
elemento abilitante. Sistemi integrati, gestione dei dati, piattaforme che
permettono alle aziende di essere più reattive e competitive. Ma sempre con un
obiettivo preciso: rendere i modelli organizzativi più efficaci. «Le competenze
che fanno la differenza sono tre. La prima è l’AI engineering profondo, la
capacità di progettare architetture multi-agente complesse. La seconda è la
comprensione del business enterprise, cioè saper parlare con chi prende
decisioni. La terza è il pensiero architetturale, la capacità di vedere il
sistema nel suo insieme», argomenta Tardini. E poi c’è il territorio. Perché le
radici contano. «Il territorio ci ha dato tre cose fondamentali: una cultura
del fare concreto, un ecosistema di imprese che conoscono il valore della
qualità e una rete che ci ha permesso di crescere». Ma c’è di più. Anzi, c’è Many, una sorta di “colla
intelligente” che consente a questi sistemi di funzionare davvero. Perché il
punto non è automatizzare, ma orchestrare processi complessi. È quello che
Symboolic definisce paradigma maieutico: l’intelligenza artificiale non come
oracolo che risponde, ma come sistema che interroga e costruisce valore a
partire dal sapere tacito delle persone. Da qui nascono organigrammi ibridi in
cui il confine tra umano e digitale si fa sempre più sottile e produttivo. Per esempio
Zero integra team digitali. «È una fabbrica industrializzata di software
intelligente. Un sistema capace di automatizzare i processi di sviluppo
mantenendo il controllo e la qualità». Zero Shop è l’e-commerce sviluppato
interamente attraverso un agente AI Ceo che ha creato il sito, selezionato i
distributori, scritto i contenuti e portato il progetto fino al lancio. Sembra
fantascienza o un mondo distopico, eppure è realtà. Non un esercizio teorico,
ma la dimostrazione di un paradigma: organizzazioni in cui il digitale non è
supporto, ma parte integrante della struttura decisionale. E allora la lezione
è forse tutta qui. La fabbrica del futuro non è un luogo fisico, ma un sistema
di relazioni tra persone, dati e intelligenze artificiali. E chi saprà
orchestrare queste relazioni non si limiterà a innovare. Costruirà il nuovo
modo di fare impresa.
Clicca qui per ascoltare il podcast sulle principali piattaforme di ascolto https://podcast.confindustriaemilia.it/
Leggi le altre interviste