di Silvia Conforti
Tra i volti più noti del giornalismo italiano, con una carriera che attraversa carta stampata, televisione e libri, Corrado Augias è il 41° vincitore del Riconoscimento Gianni Granzotto. Scrittore, conduttore e profondo conoscitore dei meccanismi della società e della politica, Augias ha raccontato con rigore e sensibilità l’Italia e l’Europa, spiegando come l’onestà, il confronto tra idee e la preparazione siano la chiave di un’informazione autentica.
Ha ricevuto il 41° Riconoscimento Gianni Granzotto per uno stile nell’informazione. Nel suo caso, si potrebbe parlare di “civiltà dello sguardo”: uno stile che non cede mai all’enfasi o alla polemica, ma che cerca la profondità anche nella semplicità. È d’accordo con questa definizione? Come descriverebbe lei il suo modo di fare informazione?
Che cosa si richiede a un giornalista affinché ciò che scrive o dice sia attendibile? Onestà. Non parlo di obiettività, perché l’obiettività è un’utopia, ma di onestà: significa raccontare ciò che si conosce nel momento in cui si scrive o si parla. Bisogna farlo con pacatezza, attenendosi ai fatti ed evitando di spostare l’attenzione dalle idee alle persone. Le critiche devono riguardare le idee, mai gli individui, tantomeno colpendoli sul piano personale, come purtroppo accade spesso. Si combattono le idee, non le persone: è il confronto a dare linfa alla vita democratica. Per questo sostengo che l’obiettività non esiste: esiste invece un punto di vista che, se professato in buona fede e aperto al dialogo, può diventare un contributo autentico al dibattito pubblico.
Nella sua lunga carriera ha attraversato i grandi mezzi dell’informazione – dalla carta stampata alla televisione – mantenendo sempre un rigore che è diventato cifra distintiva. In un tempo in cui il giornalismo sembra inseguire più l’urgenza che la comprensione, è ancora possibile, secondo lei, esercitare un giornalismo di qualità?
Sì, è possibile, ma sempre più difficile. La rapidità dei cambiamenti impone una velocità di adattamento che rischia di compromettere l’attendibilità delle notizie. La sfida è conciliare rapidità e affidabilità. Per riuscirci servono esperienza, buona fede e capacità di capire ciò che si racconta. È un compito gravoso, perché il giornalismo è una verità temporanea che può mutare anche in pochi giorni. Ma resta una scelta di responsabilità: quella che un giornalista serio – e ce ne sono molti – cerca di onorare ogni giorno.
Lei ha più volte sottolineato l’importanza della laicità come categoria culturale, oltre che politica. In che modo questo principio orienta anche il mestiere del giornalista?
Laicità è una parola spesso fraintesa. Non significa assenza di riferimenti religiosi, ma capacità di distinguere tra diritto positivo e sfera religiosa. Si può essere cattolici laici e atei non laici, quando l’ateismo si esprime con rancore. Ho avuto un grande professore, Arturo Carlo Jemolo, che mi ha insegnato questo valore: laicità vuol dire distinguere le leggi civili da quelle religiose e comportarsi di conseguenza. La confusione emerge spesso in temi delicati come il fine vita, che andrebbe discusso in nome della libertà e dignità della persona, senza mescolare precetti religiosi.
I suoi libri, i suoi programmi e i suoi articoli restituiscono un’immagine dell’Europa come progetto di civiltà, prima ancora che come unione economica. Ritiene che il giornalismo italiano riesca a raccontare oggi l’Europa con la profondità e la serietà che merita?
Dipende dalle fonti. Alcune raccontano l’Europa con serietà, altre la trattano in modo superficiale, riducendola alle difficoltà del momento. La principale è riunire 27 Paesi: mettere insieme volontà così diverse è quasi un’utopia, e infatti si procede per piccoli passi, lenti e burocratici. Un dato resta essenziale: dal 1945, all’interno dell’UE regna la pace. In un mondo segnato da guerre, questo è un risultato straordinario e un motivo sufficiente per sentirci legati all’Europa e impegnarci a sciogliere i nodi che la frenano.
Che cosa consiglierebbe a un giovane o una giovane che voglia avvicinarsi al giornalismo oggi? Quali sono, secondo lei, le virtù che dovrebbero accompagnare chi sceglie questo mestiere in un’epoca così attraversata da polarizzazioni e sfiducia?
Consiglierei una preparazione accurata, a prescindere dall’epoca difficile che viviamo. Fare il giornalista è uno strano mestiere: può essere nobile, ma anche superficiale. Un giovane ha più possibilità se arriva in redazione potendo dire: “Sono molto preparato su questo argomento. Parlo arabo, conosco la cultura cinese, ho studiato i Balcani o i movimenti in America centrale”. Presentarsi con una competenza specifica fa la differenza. Al contrario, chi si propone solo dicendo “vorrei fare il giornalista” rischia di sembrare evanescente, soprattutto oggi. La vera salvezza sta nello studio e nella conoscenza: prepararsi con serietà significa facilitare il proprio futuro.
Leggi tutte le news, le interviste e gli aggiornamenti sul Premio Estense: News | Premio Estense - Premio giornalistico italiano