
di Silvia Conforti
Con L'altro Garibaldi, Virman Cusenza restituisce il volto meno conosciuto dell'Eroe dei Due Mondi. Attraverso i Diari agricoli di Caprera emerge un Garibaldi innovatore, imprenditore, ambientalista ante litteram e protagonista di una modernità sorprendente. Un ritratto che va oltre il mito risorgimentale e invita a riscoprire l'uomo, il suo pensiero e un'eredità ancora attuale.
Per decenni abbiamo conosciuto Garibaldi soprattutto come l'eroe dei Mille. Quando ha capito che, per raccontarlo davvero, bisognava partire da Caprera e non dai campi di battaglia?
Me ne sono reso conto visitando per la prima volta il Compendio Garibaldino di Caprera, circa due anni fa. In quel momento ho capito che le dimensioni della casa, dell'azienda agricola e della proprietà, che si estende su gran parte dell'isola, raccontavano un'ambizione enorme, non inferiore a quella che aveva guidato Garibaldi nelle sue imprese politico-militari.
Chi visita Caprera rimane colpito proprio da questo progetto di grande respiro. Basta osservare la casa, le stalle e l'estensione delle coltivazioni per capire che Garibaldi non aveva costruito un semplice buen retiro o una casa di campagna dove trascorrere gli anni della vecchiaia. Aveva fatto di Caprera il centro di gravità della sua vita, privata e pubblica.
Lì coltivava la terra e allevava gli animali per garantirsi il sostentamento, ma riceveva anche amici, visitatori e interlocutori istituzionali che continuavano a raggiungerlo nel corso degli anni.
Nel libro scrive che Caprera non fu un esilio né un rifugio, ma il luogo in cui Garibaldi continuò a progettare, sperimentare e persino fare politica. Quanto cambia la nostra idea di Garibaldi se guardiamo a Caprera con questa prospettiva?
Cambia moltissimo. Caprera si rivela un laboratorio, un vero e proprio quartier generale, non un luogo appartato e, soprattutto, non il luogo dell'esilio, come è stato spesso erroneamente interpretato. In realtà Garibaldi non fu mai esiliato a Caprera: vi abitò per ventisei anni e, dal 1856, con la costruzione della Casa Bianca, ne fece il centro della propria vita.
Anche la scelta del luogo ha un forte valore simbolico. Caprera è un'isola nell'isola: si trova di fronte alla Maddalena, che a sua volta fa parte dell'arcipelago sardo. Per certi versi è un'isola al quadrato. È qui che Garibaldi, dopo il vero esilio seguito alla caduta della Repubblica Romana, tra il 1849 e il 1854, decide finalmente di mettere radici.
Dopo anni trascorsi navigando tra i cinque continenti, aveva bisogno di un punto d'approdo, di un luogo da chiamare casa. Grazie al suggerimento di alcuni amici conosciuti in Uruguay e alle risorse lasciategli in eredità dal fratello prematuramente scomparso, insieme ai risparmi accumulati come comandante di navi mercantili, acquistò una parte dell'isola e diede vita al progetto di Caprera.
I Diari agricoli sono il cuore della sua ricerca. Qual è stata la scoperta che più l'ha sorpresa e che le ha fatto capire di trovarsi davanti a un Garibaldi molto diverso da quello consegnato dai libri di storia?
La scoperta che mi ha colpito di più è stata l'approccio di Garibaldi all'agricoltura: un approccio metodico, quasi scientifico. Dai Diari agricoli emerge il ritratto di un uomo che studia, legge manuali e cerca di fare il salto da semplice agricoltore ad agronomo.
Questi diari, pressoché inediti e rimasti a lungo nell'oblio, scandiscono ogni sua giornata. Garibaldi annota con precisione la temperatura, i venti, la pressione atmosferica, le semine e le coltivazioni. Accanto a queste informazioni trovano spazio anche gli avvenimenti personali e storici: la visita di un emissario di Cavour, la nascita della figlia Clelia o il parto di una mucca. È uno spaccato della sua quotidianità che restituisce l'immagine di un uomo dai molteplici interessi, ben oltre quella del generale.
Da queste pagine emerge anche una straordinaria sensibilità per la natura e per gli animali. A Caprera Garibaldi diventa allevatore e arriva ad avere quasi mille capi di bestiame: mille è un numero che sembra accompagnarlo per tutta la vita. Nel 1871 fonda a Torino la Società Reale di Protezione degli Animali e ne affida la presidenza alla signora inglese Anne Winter, esperta in questa materia. Già nello statuto della Società si afferma la necessità di evitare le vessazioni nei confronti degli animali da lavoro e da allevamento. L’altro esempio chiave è la sua passione per l’apicoltura, Garibaldi ne rimane affascinato al punto da diventarne un esperto. A conquistarlo è la simmetria perfetta tra l’organizzazione miracolosa di un alveare e l’organizzazione di un esercito o di una società complessa. È una sensibilità sorprendentemente moderna, che racconta un ecologismo e un animalismo ante litteram e contribuisce a restituire l'immagine di un Garibaldi proiettato ben oltre il suo tempo.
Nel suo racconto la zappa e la spada sembrano appartenere alla stessa persona. Che cosa ci dicono i Diari del modo in cui Garibaldi affrontava il lavoro quotidiano, l'innovazione e perfino la politica?
I Diari ci restituiscono un Garibaldi con un approccio che potremmo definire positivista, coerente con la sua formazione laica. Affronta il lavoro agricolo con metodo, studia i manuali tecnici e invita a Caprera alcuni dei più autorevoli agronomi dell'epoca per verificare la validità delle soluzioni che ha sperimentato.
Tra queste c'è, ad esempio, la rete di canali realizzata per portare l'acqua in un'isola arida e rocciosa come Caprera. Quando l'agronomo Canevazzi visita l'azienda, si complimenta con Garibaldi per le soluzioni adottate, che comprendevano anche un'importante componente ingegneristica.
Lo stesso spirito si ritrova nell'impiego di macchinari all'avanguardia. Per la trebbiatura utilizza una locomobile a vapore, che velocizza notevolmente il lavoro, e strumenti provenienti direttamente dall'Inghilterra. In altre parole, non si accontenta di un'agricoltura tradizionale, ma ricerca costantemente soluzioni innovative.
Lo dimostra anche la presenza di due mulini: uno più semplice e uno, progettato dall'amico ingegnere parmense Edoardo Barberini, dotato di una doppia pala che consentiva sia di macinare i cereali sia di azionare un frantoio. Tutto questo rivela un Garibaldi capace di innovare anche in un ambito, come quello agricolo, che raramente viene associato alla sua figura.
Dal mulino all'avanguardia alle tecniche agricole, fino all'attenzione per gli animali e l'ambiente, emerge un Garibaldi sorprendentemente moderno. È stato questo l'aspetto che l'ha colpita di più durante la stesura del libro?
Sicuramente è stato l'aspetto che mi ha colpito di più: la modernità del personaggio. Mi ha fatto riflettere sul fatto che spesso abbiamo un'idea sbagliata delle figure del Risorgimento, considerate ormai polverose e museali, quando invece erano moderne, innovative e capaci di sperimentare, anche in campi nei quali l'Italia dell'epoca era ancora arretrata.
Questa sensibilità per l'agricoltura, l'allevamento e la natura si riflette anche nella sua attività pubblica. Garibaldi arriva infatti ad affermare che all'Italia servirebbero non fucili e cannoni, ma rastrelli e zappe, per lavorare la terra e sfamare la popolazione.
Da qui nasce anche il pacifismo della seconda parte della sua vita, che può sorprendere, ma che in realtà rappresenta una costante del suo pensiero. Pur non essendo un politico di professione, Garibaldi guardava ai bisogni concreti della popolazione e alle necessità di un Paese giovane come l'Italia di allora, cercando di dare risposte concrete ai problemi reali del suo tempo.
Il suo Garibaldi è lontano dall'immagine dell'eroe di marmo: è un uomo che sbaglia, soffre, si innamora, sperimenta e cambia idea. Quanto era importante restituire questa dimensione più umana senza intaccarne la grandezza?
Era importantissimo, perché l'obiettivo del libro era raccontare l'altro Garibaldi, che, se vogliamo, è anche quello autentico. A mio giudizio sarebbe stato riduttivo fermarsi all'immagine monumentale, diventata ormai quasi museale, o alle tante statue e targhe che punteggiano le città italiane. Quello che mi interessava era mettere in luce anche le sue fragilità, oltre alla sua natura più profonda.
Racconto, ad esempio, un Garibaldi noto per essere un donnaiolo, ma credo che questo aspetto vada ricondotto alla sua vicenda umana. Rimane vedovo a quarantadue anni della moglie amatissima, Anita, morta durante la fuga seguita alla caduta della Repubblica Romana. Da quel momento resta solo e trascorre anche cinque anni in esilio, viaggiando per il mondo. È naturale che abbia avuto altre relazioni.
Al di là della sua attrazione per il mondo femminile, colpisce soprattutto il rispetto che nutriva per le donne e l'importanza che attribuiva al loro ruolo nella società. Nei suoi appelli invita le donne a sensibilizzare figli, mariti, fratelli e compagni, perché le considera le persone più capaci di ricomporre i conflitti sociali. Arriva persino ad affermare, prendendo a esempio la regina Vittoria, che probabilmente le donne governano meglio degli uomini. Un'affermazione sorprendentemente moderna per la metà dell'Ottocento.
È interessante anche il suo rapporto con la religione. Pur essendo un convinto anticlericale, Garibaldi non era affatto ateo. Da massone era deista e, nelle lettere alle signore inglesi con cui intratteneva una fitta corrispondenza negli ultimi anni della sua vita, scrive chiaramente: "Chi vi ha detto che io non credo?". Dice di credere nell'Onnipotente e in un Dio capace di ristabilire la giustizia e l'equità tra gli uomini. Anche questo contribuisce a restituire un'immagine molto più complessa e umana del personaggio rispetto a quella che siamo abituati a conoscere.
Alla fine del libro, rimane la sensazione che il Garibaldi più attuale sia proprio quello meno conosciuto. Se dovesse indicare un insegnamento che il Garibaldi di Caprera può lasciare ancora oggi, quale sceglierebbe?
L'insegnamento che prevale su tutti gli altri è la capacità di unire. Garibaldi è stato una figura capace di "affratellare", per usare un'espressione a lui cara, comunità e persone diverse attorno a un progetto comune. È riuscito a fare ciò che i Savoia, da soli, difficilmente sarebbero riusciti a realizzare: unire il Sud al resto del Paese, completando quel percorso di unificazione che aveva già coinvolto gran parte dell'Italia centro-settentrionale.
La sua forza è stata quella di comporre differenze e conflitti, facendo convergere realtà diverse in un unico disegno nazionale. In un Paese che aveva bisogno di riconoscersi come comunità, Garibaldi ha saputo dare un senso concreto all'idea di unità.
Credo che questo sia il suo lascito più importante e anche il motivo per cui resta una figura straordinariamente attuale. Viviamo in una società sempre più frammentata, divisa in fazioni e contrapposizioni. Figure come la sua ci ricordano quanto sia importante costruire ponti, trovare ciò che unisce e dare coesione a una comunità complessa come quella italiana.
C'è un aspetto del libro o un messaggio che ritiene importante e che non abbiamo toccato, ma che le piacerebbe emergesse da questa intervista?
Credo sia importante restituire giustizia alla figura di Garibaldi, che dopo la sua morte è stata spesso strumentalizzata. Stiamo parlando di un uomo con una forte sensibilità sociale, un socialista umanitario, la cui immagine è stata di volta in volta piegata a esigenze politiche molto diverse.
Il fascismo, ad esempio, se ne appropriò facendone il "primo ardito d'Italia". Nel 1948 il Fronte Popolare scelse Garibaldi come simbolo della propria lista contro la Democrazia Cristiana di De Gasperi. Più tardi anche Craxi ne promosse una rivalutazione come padre della patria, ma senza approfondirne davvero il pensiero e la complessità. Negli anni più recenti, poi, la Lega è arrivata addirittura a considerarlo un nemico del Nord, attribuendogli la responsabilità di aver unito il Mezzogiorno al resto del Paese.
Mi sembrava quindi necessario restituire Garibaldi alla sua storia, andando oltre le letture ideologiche che si sono succedute nel tempo. Per farlo era indispensabile conoscerne il pensiero, anche nei suoi aspetti più personali e apparentemente marginali. Solo così emerge tutta la modernità di una figura che, ancora oggi, può rappresentare un esempio capace di unire, più che di dividere, e di aiutarci a comprendere meglio il tempo in cui viviamo.
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