

La nostra situazione attuale è incerta, complessa, sono venuti meno i punti di riferimento del passato, si perdono certezze e subiamo le conseguenze di decisioni prese altrove, soprattutto da parte di due superpotenze, Stati Uniti e Cina, che con le loro decisioni oggi hanno impatti diretti su tutti noi, le nostre imprese, sulla vita quotidiana, sul costo del denaro. Per questo vi proponiamo un momento di approfondimento sugli scenari futuri, almeno nel breve e nel medio termine, proprio rispetto a cosa possiamo aspettarci che accada negli Stati Uniti e in Cina.
Inizio con gli Usa. L'appuntamento che già ora e a breve ancora di più sarà facile essere attratti, è la campagna elettorale per le elezioni del 3 novembre. Settembre e ottobre sono i due mesi che porteranno gli Stati Uniti alle elezioni di metà mandato, che sono quelle elezioni in cui si rinnova completamente la Camera e un terzo dei seggi del Senato. Oggi i repubblicani, quindi lo stesso partito che controlla la Casa Bianca, ha una piccola maggioranza sia alla Camera che al Senato, ma ci si aspetta, insomma, con tutte le cautele del caso, naturalmente, che perdano la maggioranza almeno alla Camera, se non anche al Senato. Sarà necessario, ancora più di oggi, trovare un qualche compromesso con i democratici.
Ma è probabile che questo frenerà l'agenda del presidente Trump? Molto poco, in realtà, perché se guardiamo cosa è accaduto, è evidente che l'agenda delle sue priorità al Congresso non è stata particolarmente ricca di riforme e la spinta di questa amministrazione è passata molto di più dalle firme degli ordini esecutivi dal da parte del presidente. I precedenti ci dicono, anche in questo caso, soprattutto che il principale valore di questa elezione sarà politico, il fischio d'inizio per le presidenziale che ci aspettano tra due anni.
Se vogliamo sapere cosa muove realmente le persone, quali forze agiscono sul Paese, occorre guardare all’economia, e, come ha segnalato la presidente Bonfiglioli, in un anno sono cambiate moltissime cose. Solo un anno fa tutto si incentrava su quando la Federal Reserve avrebbe tagliato i tassi d’interesse, con forti pressioni da parte di Trump. Oggi siamo all’opposto, si sta valutando un rialzo per effetto dell’inflazione che continua a crescere, per effetto di uno shock energetico fortissimo. La guerra in Iran, la chiusura dello stretto di Hormuz, ha portato il prezzo della benzina negli Stati Uniti a oltre quattro dollari al gallone, una soglia anche psicologica che per gli statunitensi, in un Paese dove le merci si spostano quasi soltanto su strada. Le conseguenze saranno una frenata e un'ulteriore instabilità, perché vedremo conflitti probabilmente tra il presidente Trump e la Federal Reserve.
Per comprendere a fondo l’economia non possiamo fermarci al Pil o al tasso di disoccupazione. Il Pil è a +1,5%, ma c'è un rallentamento; la domanda privata ha una crescita piuttosto sostenuta; è diminuita la spesa pubblica; sono aumentate le importazioni, soprattutto rivolte a tutti quei materiali necessari alla costruzione di data center e quindi per costruire l'economia dell'intelligenza artificiale. Anche il dato sull'occupazione, 4,1% racconta apparentemente un quadro piuttosto florido, siamo vicini alla percentuale che gli economisti definiscono come tasso fisiologico di disoccupazione che sarebbe, diciamo, intorno al 3- 4%. Ma, per la prima volta in cinquant'anni, gli Stati Uniti hanno avuto un tasso di migrazione netta negativo. C'è una stretta nelle politiche migratorie significativa, che ha delle conseguenze radicali sulla forza lavoro e che va inteso come un dato strutturale. Per le nostre imprese, per esempio, che producono negli Stati Uniti o che vendono là, non è qualcosa che cambierà nell'arco di poco: il problema non sarà tanto la domanda, quanto piuttosto trovare i lavoratori.
Altro dato interessante per capire come sta l'economia americana e come stanno gli Stati Uniti è il sempre più importante ed esigente vincolo fiscale: parliamo di un Paese che ha duemila miliardi di dollari di deficit, con una spesa per interessi ha superato la spesa per la difesa. A fronte di una crisi improvvisa, di un crollo dei mercati, la capacità fiscale degli Stati Uniti di rispondere, magari stimolando l'economia, di rispondere con la spesa è molto più stretta, molto più rigida e più ridotta che in passato.
Simbolo dell’instabilità è la guerra con Iran, che doveva durare pochissimo e che, a oggi, non ha portato nessuno degli obiettivi. Il regime non è caduto, il suo sistema missilistico balistico è ancora lì; i militari hanno tolto molto potere ai religiosi, l'Iran è diventato ancora più bellicoso di prima e lo stretto di Hormuz è ancora chiuso. L’instabilità generata ed esportata dagli Stati Uniti è una conseguenza dell'instabilità e del caos che hanno al loro interno.
C'è un filo direttissimo che lega le condizioni in cui possono operare le nostre imprese con quello che viene deciso nello studio ovale. E oggi quel filo davvero è più monetario che commerciale, naturalmente. Insomma, la resilienza del nostro sistema la conosciamo. L'Europa sta tentando con la usuale timidezza di fare qualcosa, ma sono stati firmati accordi commerciali importanti, il Mercosur, il Messico. Ci sono discussioni e trattative e negoziati in corso per aprire alle nostre imprese mercati nuovi o contesti nuovi per aprirli di più dall'India, all'Indonesia, all'Australia.
Però, abbiamo sempre la sensazione di fare troppo poco e troppo tardi, e questo è probabilmente è vero, anche perché vediamo che non solo gli Stati Uniti si muovono con grande irruenza, si muovono mettendo il mondo davanti al fatto compiuto. Ormai sempre più spesso, nel momento in cui cedono le regole del passato e le istituzioni del passato, la forza diventa il mezzo con cui ci si impone o si impone la propria volontà.