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ARGOMENTO:

Interviste

Pioniere a 20 anni nella costruzione di macchine serigrafiche per la decorazione delle piastrelle, nel 2000 è stato il primo a intuire che il mondo avrebbe richiesto le grandi lastre per dare vita ad applicazioni di utilizzo inedite per il settore della ceramica. Il segreto di Franco Stefani, fondatore nel 1970 e presidente del Gruppo System di Fiorano, è stato sempre quello di anticipare le richieste del mercato. “A 16 anni ho cominciato a lavorare alla Marazzi. Mi cimentavo per hobby negli esperimenti della rivista elettrotecnica Sistema Pratico e in quegli anni ho intuito che si potevano applicare i sistemi elettronici all'automazione” Quali sono le nuove frontiere della ceramica? “Sul fronte delle applicazioni abbiamo aperto le strade a settori inediti per la manifattura ceramica, come ad esempio quello dell'arredamento, la possibilità di realizzare arredi per interni ed esterni. Sul piano delle tecniche produttive ho in mente due progetti che stupiranno il mondo”.

Il motivo per cui Florenzo Vanzetto, all'epoca un manager d'impresa con 25 anni di esperienza, nel2004 ha deciso di lasciare tutto per mettersi in proprio, in fondo è lo stesso per cui ogni mattina viene in azienda, alla Vrm, Zola Predosa e lo stesso, ammette, per cui preferisce lavorare con i giovani: “Facciamo componenti per moto e per auto. Portiamo il nostro contributo in tecnologia al sogno di bellezza e velocità. Un mondo adrenalinico, appassionato, che parla di futuro”.

“Datemi un attacco a tre punti e vi aggancerò il mondo”: Omero Cornia nel l967, in una Modena che oltre alle auto di lusso fabbricava 'gioielli' della meccanizzazione agricola (dalla Fiat, oggi Cnh, alla Lamborghini, Goldoni, Valpadana), ebbe l'intuizione di produrre componenti per il collegamento dei trattori alle attrezzature agricole. Fondò assieme alla moglie Paola Bergamini la CBM (acronimo di Cornia-Bergamini-Modena) che oggi presiede. A guidare il gruppo sono i figli Enrico, managing director, e Monica Cornia, responsabile del personale di Modena. Enrico Cornia, da dove nacque l'idea di suo padre? “Mia madre Paola era figlia di un imprenditore (Ageo Bergamini) che produceva trattori per aeroporti. Mio padre Omero, guardando il lavoro di suo suocero, ebbe l'intuizione di realizzare componenti per trattori agricoli con l'attacco a tre punti. Il valore aggiunto è stato l'aggancio rapido che rende l'operazione molto semplice, ed evita le impennate e gli sbandamenti laterali del trattore: non occorre che la persona scenda dal trattore, può agganciarlo benissimo dal sedile o dalla cabina».

Dopo aver creato da zero e portato sul mercato in sei anni con buoni risultati un'azienda di microchip per molti mercati, skipass compresi, Marco Astorri e Guy Cicognani avranno pensato di essere arrivati a destinazione. La loro avventura, invece, non era ancora iniziata. Astorri, com'è che un imprenditore, di punto in bianco vende tutto e fonda Bio-On, una startup di tecnologie per la produzione di bioplastiche? “Un nostro grosso cliente, un giorno ci raccontò il problema di vedere riaffiorare, a neve sciolta, milioni di skypass usati. Così abbiamo capito che la plastica domina le nostre vite da decenni, e che ne siamo schiavi, la usiamo in tutto, dai vestiti alle auto, eppure non riusciamo più a sostenerla. 'Un modo ci dev'essere', pensammo, e ci mettemmo a cercarlo”. L'avete trovato? “Sì, era stato scoperto in Francia cento anni fa: si chiama Pha. Sono i polimeri verdi più verdi che esistano, perché hanno origine dagli scarti alimentari e vengono prodotti da un batterio non modificato geneticamente e non patogeno, senza uso di chimica”.

Prolifico per Bologna il matrimonio tra la lombarda Altea e la bolognese Reno Sistemi, celebrato nel 2012: nella sede di Casalecchio del gruppo di consulenza informatica e system integration, una volta si era specializzati in Microsoft e adesso anche in tutto il resto. Merito della dote di Altea: una federazione di dodici società gemmate dalla prima per assicurare maggiore specializzazione. Tra queste c'è Altea Up, specializzata in Sap, 280 dipendenti in totale, circa 35 nella sede bolognese, dove è approdata qualche anno fa, subito dopo la nascita.

Bamboccioni, choosy, sfaticati: la lista delle nefandezze della gioventù italiana è ricca e deprimente. Eppure, si sa, non c’è più bella cosa che sfatare i luoghi comuni, le semplificazioni a tutti i costi. Abbiamo intervistato una giovane bolognese, Giulia Guglielmi, 21 anni e un percorso di studi e di crescita personale di tutto rispetto che cozza di molto con l’immagine stereotipata di una gioventù lassista e debosciata. Giulia ama la dimensione del viaggio e l’emozione che c’è nello scatto di una fotografia. Gli studi classici le hanno dato le basi per vivere meglio la complessità del mondo moderno. Dall’utilità della cultura tecnica è attratta a tal punto da decidere di trasferirsi a Torino, per intraprendere un corso di laurea in Ingegneria della Produzione Industriale al Politecnico.

Facilità d’uso per i proprietari, accesso negato ai ladri: è in questa frase che si racchiude la continua ricerca nel mondo delle serrature, dei lucchetti e delle casseforti. Settore che Viro frequenta dal 1942, da quando a Bologna Vincenzo Rossetti decise, nel bel mezzo della guerra, di fondare la sua azienda. Gianfranco Dondarini entrò in officina nel 1976 e oggi ne è amministratore delegato.

Come lavorare con l'orologio spostato in avanti di alcuni anni, per giocare d'anticipo persino sui desideri dei propri clienti. E questa la speciale normalità della Cpc, azienda modenese che nel settore dell'automotive continua a bruciare le tappe: i lavori di ampliamento allo stabilimento di via del Tirassegno sono partiti e il fatturato cresce a ritmi vertiginosi. Franco Iorio, attuale presidente dell'azienda, fece la sua scommessa quasi trent'anni fa. Scommessa vinta.

Chi ha detto che la globalizzazione e l'industria 4.0 debbano passare necessariamente per le megacittà o per i celebrati distretti industriali? Anche a casa nostra, se volete in periferia, fa tappa, infatti, il futuro migliore, quello che inventa, produce, è innovativo, dà lavoro, e crea, alla fine, socialità. Il gruppo Della Rovere, leader nazionale del knitwear, rappresenta tutto questo ed è un nodo, importante, di quella trama fitta, colorata e calda che significa progresso autentico.
Il principale artefice di questa meraviglia nostrana è un ingegnere elettronico di 54 anni, Gian Luigi Zaina, l'amministratore delegato: una grande competenza, vedute aperte (di più, apertissime), una filosofia professionale e di vita che spiegano senza troppe difficoltà il successo dell'azienda e il perché tutti quanti lo seguano senza battere ciglio.

Possiamo vederli acquistando un pacchetto di chewing-gum o un prodotto di bellezza. Sono i piccoli adesivi iridescenti, ologrammi, che si trovano su cd audio e video (la garanzia Siae), sul packaging alimentare e cosmetico, sui prodotti del biomedicale e dell'health care, e ancora nel merchandising delle squadre di calcio, sulle griffe del mondo della moda, e più in generale per il brand protection del made in Italy. L'evoluzione delle conosciutissime figurine Panini è in parte contenuta nei prodotti immessi sul mercato nazionale e internazionale dalla Leonardus, fondata da Walter Bergamini a Soliera, che ora è a capo dell'azienda assieme ai figli Alberto ed Andrea.

Quando Bruno Pasquini entrò per la prima volta nella sede della Marchi Impianti aveva solo 14 anni e il diploma di terza media in tasca. L'azienda era formata da due persone, Mauro Marchi e Giuseppe Ballandi. Sono diventato socio a 21 anni. Quando qualche anno dopo Ballandi lasciò l'azienda, Marchi mi propose di aggiungere il mio nome alla ragione sociale. Non volli: 'Sono cresciuto qui’, dissi, ‘per tutti i clienti sono già parte di quest'azienda'. È ancora così”. E Il futuro di Marchi Impianti? “È dei giovani. Ne abbiamo molti in azienda, e negli uffici. E ci parliamo spesso. Il miracolo è che noi non abbiamo paura di chiedere il loro parere, e loro non hanno paura di dirci cosa secondo andrebbe cambiato. È questa la benzina che dopo tutti questi anni ci permette di andare ancora così veloci”.

La storia di Alessandro Lupi, quarant’anni fa, non sarebbe affatto finita sui giornali. Il dipendente di un’azienda con la voglia di mettersi in gioco in prima persona, una banca pronta a fare credito e il vecchio titolare di un’azienda desideroso di passare la mano... sono nate così, tra gli anni ’70 e ’80, gran parte delle storie industriali di successo emiliane.

Il panorama montano che si ammira dallo stabilimento della Metalcastello, azienda di ingranaggi di Castel di Casio, fa bene agli occhi ma non certo al business. Se ne lamenta spesso l'ad Stefano Scutigliani. Poi, però, se gli si chiede perché non trasferire tutto, risponde con un sorriso: “Metalcastello non può esistere che qui”. «C'entrano i montanari, nostri dipendenti. Il segreto è un turnover molto basso e graduale, che lasci il tempo alla conoscenza di essere trasmessa. Ma neanche questa ricetta funziona se non la si mescola con il territorio. Abbiamo persone che vivono qui, che conoscono le persone con cui lavorano, che amano ciò che fanno, ci mettono passione, con un attaccamento alla maglia che gli fa rifiutare altre offerte».

Creatività unita ad uno sguardo lungimirante verso il futuro. Si potrebbe sintetizzare con questi due concetti l'azienda di moda Daniela Dallavalle Spa, nata alla fine degli anni Ottanta nel distretto carpigiano e oggi proiettata nel mondo dopo aver compiuto una evoluzione nella scelta della sede e nelle linee di prodotto. L'azienda, guidata dalla stilista Daniela Dallavalle e dal marito Giuliano Cavaletti, esporta in oltre 40 Paesi nel mondo ma resta saldamente radicata a Carpi.

Lo sviluppo della fabbrica intelligente arriva grazie alla spinta sia dell’Iot che dei big data, dando una nuova interpretazione e un nuovo significato al rapporto uomo-macchina. Di tecnologie e soluzioni predittive l'Industria 4.0 non potrà mai farne a meno. Di questo e tanto altro si parlerà mercoledì 21 marzo in Sacmi nel corso di un convegno a cui prenderà parte anche la società Iconsulting. Per entrare nel cuore del tema Farenews ha chiesto lumi a Gildo Bosi (Sacmi) e a Flavio Venturini (Iconsulting).

Ci sono due atti di coraggio nella vita della Colorlac, l’azienda che produce la materia prima che serve per fare le vernici. Il primo è quando nel 1988 Ottavio Maltoni, tecnico di un'industria del settore, decide di mettersi in proprio, in un capannone di Toscanella. Il secondo è quando suo figlio Gabriele, fresco di laurea in chimica industriale, entra in azienda e si inventa anche ingegnere, per realizzare da sé i laboratori di sintesi che usava all'università. 

Era il 1954 quando a Modena Renzo Bompani fondò la Smalteria Metallurgica Ghirlandina. Un'azienda che presto, sfruttando il boom economico, divenne tra le principali produttrici di elettrodomestici. Poi, dopo aver toccato l'apice, arrivano i primi periodi di crisi, che lentamente ma progressivamente portarono a un bivio: vendere o liquidare tutto. È qui che comincia la favola di Enrico Vento, allora manager dell'azienda, oggi amministratore delegato di Bompani Elettrodomestici. “Nel 2013 ero manager alla Bompani e decisi di rilevare l'azienda. Serviva un'idea per rilanciarla. Dopo aver consolidato i mercati in cui eravamo più forti (Dubai e Qatar) abbiamo giocato la nostra carta: puntare sull’italianità dei nostri prodotti”.

La storia di Coferasta è di quelle belle e tipiche della provincia migliore, fatte di antiche radici, intuizioni, impegno, innovazione, famiglia, professionalità. Dal 1965, il tutto nel segno della frutta. La morte del padre Gualtiero nel 1980 ha catapultato Alessandro Ludergnani, in azienda, dove ha sperimentato tutte le funzioni, fino ad assumere la carica più importante, quella di massimo esponente e azionista. La sede è ristrutturata ma i due grandi, tradizionali orologi emblemi dell'azienda sono ancora nell'ingresso. “Rappresentano le origini e la continuità. Mi ricordano la nascita dell'azienda: l'idea venne a mio padre osservando le aste in Olanda negli anni '60. Un passato glorioso che ha trovato un'evidente conferma nei nostri punti di forza: la rapidità dei tempi tra la raccolta della frutta, l'assegnazione e la consegna".

I tappi a corona sono un brevetto statunitense e oggi l'unica azienda a produrli negli Usa è italiana. Anzi, bolognese. La Ditta Angelo Pelliconi, oggi Pelliconi Spa, è nata nel '39 da un piccolo produttore di minuteria metallica che un giorno vide un tappo su una bottiglia americana e volle rifarlo. Marco Checchi, amministratore delegato, terza generazione della famiglia Pelliconi in azienda: fu davvero così facile? «Non troppo, se considera che un acciaio così sottile per farne tappi in Italia a quei tempi era irreperibile». La rimonta oggi è definitiva: siete leader mondiali. Com'è successo? «Abbiamo avuto il vantaggio di avere tanti piccoli clienti fidelizzati, divenuti poi molto importanti con la concentrazione del settore beverage. E çredo che i clienti da sempre apprezzino di noi soprattutto l’affidabilità e  la capacità di innovazione».

«Perché non trasformiamo i rifiuti in bellezza?». Racconta di averlo pensato Maria Silvia Pazzi nel 2008, in visita a Napoli in un giorno di festa, nel bel mezzo dell'emergenza rifiuti. Non molti avranno pensato che facesse sul serio. «Ma quel giorno - spiega lei - ho capito che, dopo anni al servizio delle imprese come consulente e degli studenti, come docente di economia, era arrivato il momento di passare dalla teoria alla pratica». La Regenesi produce oggetti di design, accessori di moda e oggetti da ufficio «che vendiamo sul nostro sito, negli e-commerce del lusso, negli shop dei principali musei d'Europa. E in alcuni nostri temporary store. In più molto importanti sono le cose che realizziamo in co-marketing con alcuni marchi noti, come Dainese e Lamborghini».